J-literature

In questa sezione sono ospitati approfondimenti e consigli di lettura da parte di Massimo De Nardo, autore di testi teatrali ed editore responsabile della rivista Rrsoe Sélavy. La sua azione descrittiva delizierà “al solo” considerare la personalissima inventiva funanbolica nell’uso della parola.

Prendete nota: Natura morta con custodia di sax   img_02_0395

Si può ascoltare il jazz leggendo? La domanda non è del tipo: “leggo, e mentre leggo ascolto la musica”. Una domanda così non avrebbe troppo senso, dopo tutto, dal momento che è ovvio che si può ascoltare.

Riformulo: si può ascoltare il jazz, senza aver acceso alcun impianto stereo o cliccato su iTunes, ma solo leggendo un libro che parla di jazz?

Più semplicemente: mentre leggi questo libro sul jazz ti arriva, accanto ai pensieri, alle parole che leggi, ti arriva la musica – brani conosciuti e non. Già, anche quelli che non conosci. Il jazz fa così. Questo libro fa così. È una loro magia. Il libro in questione si intitola “Natura morta con custodia di sax”.

Lo ha scritto Geoff Dyer, nel 1991. Titolo magnifico, che prelude ad una lettura coinvolgente, spiazzante. Il titolo originale suona But Beautiful A Book about Jazz. In italiano ha un non so che di metafisico, in inglese è più sincopato, più musicale, anche perché fa riferimento a But Beautiful, uno standard composto da Burke e Van Heusen. Il titolo italiano fa riferimento ad una fotografia di Herman Leonard, “Cappello e custodia del sax di Lester Young”, che è l’immagine di copertina del libro. Quello che ho sottomano è del 2009, edito dalla Instar Libri, di Torino. Tredici euro.

Ha avuto ristampe in tutto il mondo. Geoff Dyer è inglese, del ’58: giornalista, scrittore, critico d’arte, fotografo e musicista. Cosa ti aspetti da uno così, e oxfordiano per giunta?

Ritmi, sorprese, sussulti, pathos. Racconta, in sette capitoli, episodi della vita di quei certi personaggi che basta nominarli per farti dire: accidenti che musicisti, quelli, che gente, quella! E chi sarebbero? Li nomino tutti, in ordine di apparizione sulle pagine del libro: Duke Ellington, Harry Carney, Lester Young, Thelonious Monk, Bud Powell, Ben Webster, Charles Mingus, Chet Baker, Art Pepper. Il bello di questi personaggi è che sono descritti, dice Geoff Dyer, «non com’erano ma come me li immagino». Se aggiungi fantasia alla vita di qualcuno fai dell’improvvisazione. Tecnica jazzistica, più o meno.

«Quando cominciai a scrivere questo libro non sapevo esattamente che forma avrebbe preso. Mi trovavo dunque in una posizione di notevole vantaggio perché ero costretto a improvvisare e così, fin dall’inizio, la mia scrittura si è potuta modellare sulle caratteristiche proprie dell’argomento», scrive Dyer. Gli episodi narrati sono in gran parte realmente accaduti, altri sono inventati. Ma noi non cerchiamo la cronaca, la biografia da schedario, e ci va bene anche questo metodo. I capitoli fanno riferimento a scene quotidiane vissute da quei certi personaggi elencati prima. Tra un capitolo e l’altro, ci sono degli intermezzi godibilissimi, dal titolo identico: “Un autista baritono e il suo Duca”. Vanno in giro in automobile per gli Stati americani. Il Duca è – facile da intuire – il Duke più nobile di tutti i duchi della storia: Duke Ellington. L’autista è il suo sassofonista, Harry Carney. Sono amici, e complici, si sfottono e si vogliono bene. Li lasci nel loro on the road pieno di commenti e passi agli altri musicisti, poi torni nella loro automobile. E poi torni agli altri. E questo viaggio attorno al jazz vorresti che non finisse mai. Anche se non puoi schivare le vite sporcate con l’alcol, la droga, la pazzia. Perché uno che ha il sublime e il divino nella testa si deve rovinare l’esistenza? Perché?

«La musica è la tua stessa esperienza, il tuo sapere, i tuoi pensieri. Se non la vivi non ti verrà fuori dal tuo strumento». Questo l’ha detto Charlie Parker e c’è da credergli, lo ha sperimentato sulla sua pelle, nel suo cuore. Il libro ha un’appendice discografica che certo farà comodo, riferita ai musicisti dell’elenco e ai tantissimi musicisti citati strada facendo.

«Se un grande assolo è definito dall’intensità con cui il suo materiale è percepito dall’autore, il libro di Dyer è un assolo», annota quel genio scorbutico di Keith Jarrett, uno che quando suona e vede un flash fotografico piombargli addosso si alza e se ne va. Mica puoi dirgli cheese!

Il libro di Dyer è scritto davvero bene. Scriverlo gli è piaciuto molto, si sente. A me è piaciuto moltissimo leggerlo (spero si senta). Fatelo anche voi.

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