J-cinema

Nella presente sezione saranno portati all’attenzione film ed approfondimenti cinematografici da parte di Claudio Gaetani, docente di storia e critica del cinema all’Università di Macerata.

Il jazzista dietro la macchina da presa

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Per iniziare un percorso circa un possibile “cinema jazz” non possiamo fare a meno di pensare ad un autore che, in qualche misura, si è lasciato evidentemente contaminare da questo genere musicale nel suo stile di regia: Clint Eastwood.

Diciamo ciò non soltanto pensando immediatamente al celebre film che egli ha dedicato a Charlie Parker (Bird, 1988) o ad altre opere da lui realizzate o solo prodotte intenzionate a scavare in, o semplicemente far conoscere, un preciso universo sonoro. Si pensi, ad esempio, a Piano Blues, 2003, diretto per una serie di film sul tema prodotta da Martin Scorsese, o ai documentari musicali su Thelonious Monk (1998) di Charlotte Zwerin, sul Monterey Jazz Festival (1998) di Will Harper o su Dave Brubeck (2010) di Bruce Ricker (solo per dirne qualcuno), ma soprattutto a come questa passione abbia finito per infondere un tocco del tutto personale al linguaggio filmico col quale Eastwood approccia ogni sua storia: quello del cinema classico.

Con questo termine si intende solitamente quel modo di fare del cinema facendo risultare la narrazione del tutto invisibile: uno spettatore si siede e si gode una storia, senza vezzi autoriali, senza voglia di smascherare la macchina riproduttiva per instaurare un qualche gioco intellettuale con chi è in sala. In Eastwood, come è stato per John Ford, Howard Hawks e per tutto quel cinema che ha fatto sognare prima della rivoluzione della Nouvelle Vague, la storia ha inizio, è scandita da passaggi precisi, giunge a un epilogo e nessuno, cullato dalle immagini e dai suoni che provengono dallo schermo, si è accorto di alcunché, ovvero che qualcuno ha raccontato qualcosa. Nel panorama del contemporaneo, dove gli schermi sono invasi da opere i cui realizzatori smaniano dalla voglia di dimostrarsi autori, la mano silenziosa di Eastwood si rivela estremamente lucida e piace perché, proprio per ciò, appare come una delle più anticonformiste.
Come abbiamo detto, però, non è che Eastwood si limiti a guardare e rifarsi a un mondo lontano, ma, appunto vi immette un suo suono che piega una regola a un’impronta autoriale assolutamente riconoscibile: ci riferiamo all’intreccio costruito attorno alla vicenda da narrare.

Se, infatti, gli autori classici succitati erano soliti, svelando subito il noto della trama, mettere in fila straordinarie sequenze che qualsiasi spettatore poteva facilmente percepire essere consequenziali l’una all’altra, Eastwood arriva regolarmente al nodo lentamente, facendo sì o che i personaggi del racconto trovino un amalgama partendo da lontano, ognuno da una sua posizione, come degli strumenti che stiano improvvisando prima di cominciare a suonare una vera e propria melodia insieme (è il caso, ad esempio, di Fino a prova contraria, 1999, in cui si impiegano circa venti minuti per aver chiaro cosa leghi insieme un detenuto nel braccio della morte, una giornalista che muore in un incidente stradale, un attempato donnaiolo e il direttore di un giornale col suo redattore), oppure che la descrizione di un personaggio centrale, quale il ladro protagonista di Potere assoluto, 1997, sia così minimalista, circoscritta ad aspetti così sintetici e essenziali, che solo una narrazione scandita da piccole sequenze può rendere appieno.

È chiaro, però, nell’uno come nell’altro caso, che quando allora ci si trova davanti a una sequenza particolarmente ampia e stratificata (memorabile nel secondo esempio quella immediatamente seguente alla descrizione del protagonista in cui, entrato di notte a rubare in una villa, diventa testimone involontario di un omicidio che vede coinvolto il Presidente degli Stati Uniti: dura più di venti minuti!), ci si rende conto che Eastwood si è davvero limitato a solfeggiare prima di dare inizio a una melodia avvolgente e conturbante, come un autentico jazzista. Quale è. Infatti, Clint, autore di tante canzoni e brani che si sentono nei suoi film, ha dato anche prova di un eccezionale talento musicale mettendosi alla pari con grandi del jazz. Consigliamo vivamente per tutti l’ascolto del suo Live at Carnegie Hall (1997) e, ovviamente, la visione dei suoi film.

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