Interviews

Nel primo post di questa sezione i “jazz cats” hanno avuto il piacere e l’onore di intervistare due dei più autorevoli e rappresentativi critici jazz d’Italia, Gianmichele Taormina e Alceste Ayroldi, che hanno accettato con garbata ironia e sincera passione di rispondere a domande sul campo, anche personali, su come “vedono” jazz.

Alceste Ayroldi

Alceste Ayroldi

giamichele1

Gianmichele Taormina

 

 

 

 

 

 

 

1- Senza avere la presunzione di darne una definizione più o meno compiuta, cosa è per te Jazz. Attenzione, Jazz (in senso ampio) e non Il jazz.

Gianmichele: Più che dare una definizione sicuramente fuorviante di cosa sia il jazz posso testimoniare su cosa sia il jazz “in me”, ovvero “essere jazz”. Per me “essere jazz” è uno stile di vita “aperto” sulle idee innovative e imprevedibili del mondo. Uno “mood interiore” che si trasmette senza parlare di jazz… È emozionarsi ancora ascoltando un solo di Bix Beiderbek o su di un attacco di Mary Lou Williams, volare tra le note di un arrangiamento perfetto di Ellington, una pennellata di spazzole di Paul Motian o un growl agguerito di Ambrose Akinmusire. “Essere jazz” significa tirare tardi la notte ascoltando con gli amici i tuoi dischi preferiti o cercando in archivio quella data versione di quel dato pezzo. Stare fuori davanti al portone della scuola per ore con gli allievi a disquisire su un musicista minore, oppure comprare un disco trovato casualmente dopo averlo cercato per vent’anni…

Alceste: E’ una forma mentis che come tale è in continuo divenire. Oddio, ci sono menti che si sclerotizzano e che hanno contribuito a rendere il jazz una forma musicale elitaria, tanto da allontanare i più giovani.

2- Hai mai suonato qualche strumento? Se no, quale strumento ti sarebbe piaciuto suonare, perché e in quale contesto storico stilistico dell’età del jazz?

Gianmichele: In età adolescenziale ho suonato le tastiere in una band locale. Ci chiamavamo “The Thunders”; suonavamo musica prevalentemente blues. Ci “sciogliemmo” presto a causa di divergenze nella scelta della playlist. Poco dopo, per qualche tempo, presi lezioni di pianoforte ma capii subito che il sacrificio dello studio era elevatissimo e che mai avrei ottenuto risultati concreti a livelli più alti. Ma chi fa il critico non è sempre un musicista frustrato come spesso asserisco ironicamente. Ha scelto solo un’altra strada nell’intento comune di “fare amare il Jazz”…

Alceste: Ho studiato chitarra classica per cinque anni, poi in preda ai fumi del rock, sono passato alla batteria! Comunque, mi sarebbe piaciuto suonare la tromba.

3- Componi oggi (con le conoscenze e storie-situazioni vissute) una tua improbabile/impossibile formazione o band…sono ammessi musicisti attualmente viventi e defunti insieme (moderni o giganti del passato). Motiva la tua scelta.

Gianmichele: Il quintetto perfetto lo formò Miles Davis negli anni Sessanta con Shorter, Hancock, Carter e Williams… oppure i Weather Report nel periodo “8:30”…. perché far suonare Lennie Tristano con Rob Brown o Jarrett nel quartetto di Mike Reed? Sarebbe come preparare un piatto di spaghetti alla carbonara con la Nutella!

Alceste: Brutta cosa i dream team, perché suonano (o giocano) sempre malissimo. Posso solo dire che, al momento, prediligo formazioni ridotte all’osso; oppure large ensemble che liberino tutta la creatività possibile. Una cosa è certa: un musicista che vorrei sempre presente sarebbe Miles Davis.

4- Qual’è il tuo jazz club preferito dove poter ascoltare jazz e perché?  Descrivi brevemente una tua idea di jazz club qualora ne fossi anche gestore (es. forma del palco, colore delle pareti , arredamento, cibo ecc.). 

Gianmichele: Il mio jazz club preferito purtroppo non esiste più. Si chiamava Kasbah e si trovava a Partinico, la mia città natale. Era un posto grande, meraviglioso e con un palco agevole, pareti verdi e arredamento orientale. Ma il nome era solo un pretesto. Si suonava di tutto, dal jazz al blues, dal rock al country fino addirittura al blue grass. L’atmosfera era confidenziale, ci si conosceva tutti, luci soffuse, molta attenzione del pubblico nel rispetto dei musicisti e dell’evento, poco caos in sottofondo… e poi si mangiava magnificamente, anche una pizza memorabile…

Alceste: Tutti i luoghi lì dove la gente va ad ascoltare e non per parlarsi addosso. E’ un malcostume tutto italiano quello di chiacchierare durante i concerti o commentare con il proprio vicino qualsiasi momento dello stesso. La musica va ascoltata in silenzio, altrimenti meglio accendere la filodiffusione. Ho un’esperienza ben consolidata, passata, della direzione artistica di un jazz club, però non sono avvezzo alle architetture. Il palco deve essere il fulcro centrale di un club, perché è lì che si consuma il rito musicale ed è a questo che bisogna guardare. L’arredamento deve essere minimal, perché odio le cianfrusaglie che appesantiscono. Il cibo? No alle carni bianche e rosse, molte verdure e pesce. Per le bevande, invece, sono del tutto impreparato essendo completamente astemio: magari una splendida selezione di acque minerali provenienti da tutto il mondo!

5- A tuo avviso, come mai in Italia non c’è un solo festival dedicato esclusivamente al canto jazz? (Se ne conosci qualcuno ti prego di darcene notizia!!)

Gianmichele: L’Open Jazz Club di Palermo, nel 2010 ha organizzato una rassegna di solo canto jazz nei pressi del Castello di Carini, dove per altro per dieci anni, sino al 2004, si è tenuto un buon festival di jazz con ingresso gratuito. Il canto è relegato ad una sorta di aura invisibile perché potrebbe risultare in fin dei conti monotono per chi ama anche e soprattutto la musica strumentale. Spesso invece le cantanti ascoltano solo le cantanti. Perché, mi chiedo io?

Alceste: Francamente non ricordo se esista un festival dedicato. Mi chiedo, però, è proprio necessario dedicare un festival ad uno strumento? Pensare ad una versione in jazz del Festival di Sanremo mi fa venire la pelle d’oca…

6- Cosa è o cosa c’è di volgare nel jazz?

Gianmichele: La copertina del nuovo disco di Diana Krall, la pubblicità incessante, anche alla radio nazionale, di un cd di jazz che col jazz non c’entra nulla, l’ennesimo ruffianissimo “Claps Your Hands” durante i concerti, l’idiozia imperante di chi ascolta traditional e asserisce che il vero jazz è quello, di chi ascolta avanguardia e sostiene la medesima cosa, l’ignoranza di chi non si presta ad un atteggiamento di apertura ed è relegato sulle proprie posizioni asserendo che gli altri hanno torto e che il vero jazz è il loro…

Alceste:  Niente. Anche se bisognerebbe mettersi d’accordo, oggi come oggi, sul concetto di volgare, perché sulla definizione si brancola nel buio in ogni spazio della vita.

7- A chi si accosta da neofita e per la prima volta al jazz cosa consiglieresti? Un libro da leggere, l’ascolto di un disco in particolare, andare ad un concerto….

Gianmichele: Andare ai concerti? SEMPRE! Se il neofita ha buona volontà e la possibilità di seguire rassegne, festival, cartelloni e concerti sporadici nei club, anche gratuitamente, bene: deve assolutissimamente farlo. Il disco invece va vissuto. È un momento di folgorazione. È il disco che ti sceglie, dunque bisogna corteggiarlo, annusarlo, ascoltarne il più possibile gli odori sennò la musica si rivela solo lettera morta. Sai quanto mi innervosisco quando conosco gente che si vanta di possedere a casa un impianto Hi-Fi di 10.000 euro e poi non arriva manco a 50 cd, per lo più di fusion pessima!? Riguardo a un libro da leggere, la famiglia Polillo dovrebbe darmi un bonus annuale per quante migliaia di volte ho consigliato la lettura di “Jazz” del grande Arrigo Polillo. Certo la pubblicazione non è attualissima (ecco perché è per i neofiti), ma la storia quasi “romanzata” dei periodi e dei grandi protagonisti della musica afroamericana raccontata nel mega volume possiede ancora un certo suo fascino. Quando lo lessi la prima volta avevo quattordici anni.

Alceste:  Non esistono ricette per innamorarsi di qualcuno o qualcosa. Ai miei allievi più giovani e, diciamo più refrattari, cerco di spiegare con ogni mezzo lecito (video, audio, immagini) l’attualità del jazz. Perché, purtroppo, per molti di loro è una musica vecchia, obsoleta e poco comprensibile. Ma la colpa non è loro, bensì del sistema massmediatico italiano che è sempre molto riluttante a divulgare il jazz.  Poi: ascoltare, ascoltare e ascoltare, quindi non sentire, ma un ascolto attento e appassionato.

8- Per te di che colore è il jazz? Lasceresti per un mese o un anno la tua professione di critico-studioso per fare il pittore? Cosa dipingeresti?

Gianmichele: Sarà banale ma per me il jazz è grigio. Come artista farei delle cattive imitazioni di certi meravigliosi quadri di Pollock. Solo lui sapeva trattare in maniera poetica e allo stesso tempo innovativa quel colore così strano e all’apparenza insignificante.  In questo senso ritengo che come pittore fallirei miseramente…

Alceste:  Ho poca dimestichezza con i colori, perché sono discromatoptico. E, comunque, il jazz per me è color del cielo quando è terso, limpido e splendente di sole.

9- Quale canzone/standard/romance utilizzeresti per sedurre una donna e quale disco gli regaleresti?

Gianmichele: Standard e disco coincidono. Sceglierei My One and Only Love nella versione di Chet Backer tratta da “Let’s Get Lost”, disco che ho spesso regalato raccogliendo esiti del tutto sorprendenti…

Alceste:  Are you going with me, Pat Metheny. Il disco che regalerei? Dunque, “Revolution” di (anzi, dei) Rusconi o, in alternativa, “Vagabond” di Ulf Wakenius.

 10- La critica che non vorresti mai fare.

Gianmichele: Evito di scrivere di dischi insinceri nei quali i musicisti o il leader coinvolti non raccontino nulla di nuovo, nulla di eclatante… che non si spendano per dire “qualcosa in più”…

Alceste: No limits!

11- La tua frase/aforisma preferita/o.

Gianmichele: “Siamo nettamente circostanze”.

Alceste:  non è nei classici degli aforismi, perché fu rilasciata in un’intervista da Luigi Nono. E’ una frase che trovo particolarmente vera e calzante, soprattutto da qualche anno a questa parte: “Noi non ci si ascolta più, ci si interrompe”. Drammaticamente vera.

Alternate end – Quale concerto o festival non frequenteresti mai?

(*domanda jolly)

Gianmichele: Non frequenterei mai un festival dove per assistere ad un concerto bisognerebbe prenotare il biglietto quattro mesi prima. Dove le musiche suonate non siano rappresentative di un’identità comune, di un filone ben dettagliato, di un progetto serio… Un cartellone che non sperimenta o che non tiene conto della contemporaneità del jazz, che non rischia, frequentato dalla massa che va solo per moda, per fare il figo, per disturbare con inutili parlantine  durante i concerti e sparare quattro flashiate all’artista di turno: quello di sicuro non è il mio festival.

Alceste:  Non mi pongo dei limiti: nella vita può accadere di tutto e bisogna ascoltare di tutto per poter giudicare. Al momento, però, evito accuratamente le performances di Gigi D’Alessio.

*Una domanda jolly è quella che non ci si aspetterebbe mai di ricevere. (destinata agli addetti ai lavori)

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