10 years of Jazz Photography

√ ® * 10 ANNI * ® √

Ebbene sì, sono 10 anni di fotografia Jazz. Ma cominciai con il rullo; solo nell’anno 2006 arrivai al digitale, con la compatta. Di seguito la reflex. Ma la fotografia era già una passione che praticavo da circa 15 anni. Questo post sarà inevitabilmente un po’ lungo e comprenderà tutti. TUTTI coloro che permettono ed hanno permesso di aver costruito una storia, che è diventata realtà.

Ma sostanzialmente sarà un excursus, di persone, di situazioni, di luoghi e di ricordi. E’ una tappa importante, credo, quella di festeggiare e ricordare un particolare decennio, anche solo per la fotografia.

Dunque, circa 10 anni fa ho “incontrato” (importante utilizzare il verbo incontrare perché è inaspettato) quello che non avevo programmato; ero solo un grande appassionato di jazz (dal 1997 per la precisione, grazie al Maestro Massimo​).

Data la pratica della fotografia nei vari generi, iniziai nel 2005 a fotografare per caso concerti di vario tipo, a cui assistevo. Per puro piacere personale, volevo fermare il “famoso ricordo”della serata. I negativi della Pentax MX completamente manuale e di una Fuji semi compatta, hanno fermato momenti musicali di grandissimi artisti, quali Lucio Dalla con Stefano di Battista quartet, Boney Fields (trombettista di James Brown), John Mayall, Joan Armatrading, Ahmad Jamal, e la sera seguente Joe Lovano con Hank Jones (ad Umbria Jazz 2003) Wynton Marsalis e la Lincoln jazz Orchestra (nel 2004 a Fano) Trilock Gurtu (quest’ultime foto sono così pessime da far piangere tutti i neofiti della fotografia in generale) ed altri concerti che ora non ricordo. Ma pian piano si stava delineando una vera energia, un “sacro fuoco” che DOVEVA appartenere solo ad un certo tipo fotografia. Non era più il ricordo d’immagine, di un concerto, ma un qualcosa che stava prendendo forma, una applicazione più sincera e delineata verso una forma d’arte musicale ben precisa.

Il Primo concerto che ha creato la mia VERA fotografia jazz è stato quello del quintetto americano di Marco Tamburini (di cui allego due foto) al teatro La Nuova Fenice di Osimo (anno 2006).

Nella foto n.1, ho voluto fermare proprio quella posizione corale di tutti i musicisti, con la testa abbassata e “Dentro” la musica; quel momento di “preghiera” e di “conforto” per gli ascoltatori. E’ stato quello il primo momento di assoluta sincerità fotografica, che mi scosse la coscienza. Quella sera Billy Hart mi fece un’occhiataccia, ancora lo ricordo molto bene, mentre stava suonando, dato che gli dava fastidio la piccola lucetta rossa dell’autofocus della compatta. Per quel concerto allego solo un’altra foto, la n. 2, che oggi sarebbe insignificante: la tromba di Eddie Henderson in primo piano e Dado Moroni al lato sinistro, appena accennato; era solo una piccola traccia di quella che poi sarebbe stata la descrizione fotografica su più piani e di più dettagli all’interno di un unico fotogramma.

Ulteriore importante concerto, nella foto n. 3, è stato quello in cui la foto è stata creata in due secondi netti tra inquadratura e scatto, durante quella pausa musicale che narra il “pensiero” di Bollani; anche questa foto è stata fondamentale per la mia formazione fotografica personale, perché mi fece prendere la rincorsa verso una voglia assoluta di fotografare quel tipo di momenti. Il concerto era quello dello storico trio di Stefano Bollani (erano i tempi in cui girava con Ares Tavolazzi e Walter Paoli).

La qualità di queste foto con la compatta è pessima ma sono importanti per ciò che è venuto dopo.

Qualche mese dopo passai ovviamente alla reflex digitale e senza avere un background a cui fare affidamento, senza esperienza e senza aver fatto alcun corso che mi guidasse, ho rischiato moltissimo direttamente sul “campo”, in teatro; conoscevo solo Paolo Piangiarelli. Era lui l’animatore di Macerata jazz; d’altra parte tutte le Marche devono sempre ricordarsi di lui, colui che ha portato Miles, Chet, Lee Konitz, Phil Woods e tanti altri immensi artisti a Macerata. E’ stato lui che ha creato Spazio Musica, l’animatore in “trasferta” del Cotton Club di Ascoli di d’Auria, il fondatore del circolo Spalletti e tante altre realtà legate al jazz. Una vera Autorità in questo campo.

Dieci anni fa Paolo erano ancora ruggente e chi provava a contraddirlo o a controbattere la sua Sapienza non la passava liscia. Si veniva investiti dalle sue invettive di ogni tipo (toccò anche a me). Ma oggi è diventato un Vero amico, basta uno sguardo per capirsi al volo.

Con la reflex la prima “voce” fotografica, la prima presa di coscienza che mi ha fatto sbandare totalmente verso la fotografia jazz è stata quando ho scattato l’ultima foto che allego, la n. 4; la tromba di Fabrizio Bosso (fotografata a 1000 iso ad 1/20s). E’ stato quello il momento che mi fece comprendere le potenzialità della fotografia jazz. La prima volta non si dimentica, foss’anche vedere sul display non solo la nitidezza ma soprattutto quello che si voleva comprendere nel fotogramma.

La folgorazione; era fatta. Quel concerto è stato forse il primo assoluto concerto scattato con la reflex, a quel tempo non avevo idea come e cosa inquadrare.

Ma per ciò che si cerca, c’è sempre un qualcuno o qualcosa che conduce verso una propria strada.

Un mentore; è qui che si innesta il mio Maestro di bianco/nero e di colloquiale interazione per gli anni in avvenire: Antonio Manno​. Conosciuto per caso su un forum, è stato un incontro, oserei dire, “rivelatore”. Grazie a lui, senza tanti complimenti, posso dire di aver delineato un mio personale b/n. Nel giro di un paio di anni ho capìto quale fosse il mio stile e la mia personale inquadratura, anche se ero ancora molto superficiale in termini artistici.

Nella primavera dell’anno 2007 intervenne il sempre caro ed indimenticabile Marco Tamburini, un cuore sacro vedere il suo sorriso quando uscì dall’auto e vide la piazza di San Ginesio, primo ospite con il Trans Europe Trio al Festival Jazz Wine and Choco Fruits. Marco acquistò due mie foto…le prime due foto che riuscii a vendere. Quasi non ci credevo. Nei mesi successivi sono stati tanti i concerti a cui ho partecipato, ed allo stesso tempo fotografato.

Fu proprio al concerto di San Ginesio del 2007, durante il Festival Jazz Wine and Choco Fruits, che conobbi Daniele Massimi​ (coetaneo ed oggi responsabile del Premio Massimo Urbani e di Macerata Jazz, fino a qualche anno fa insieme a Samuel​) e gli altri di Camerino; già dal quell’anno si discuteva e ci si contendeva la piazza di Camerino con quella originaria di Urbisaglia, per l’organizzazione del Premio Massimo Urbani, di cui Paolo Piangiarelli era ed è il fondatore.

Sempre nel contesto del festival Jazz Wine and Choco Fruits riscii finalmente capire e a conoscere anche chi organizzava i concerti jazz a Sant’Elpidio a Mare, seguiti con vivo interesse dai jazzofili; tutti mi parlavano di lui (“ma non conosci Alessandro Andolfi​?”). No, prima di allora, del 2007 non lo conoscevo. D’altra parte non ero stato mai neanche a Sant’Elpidio a Mare.

Ma il 2007 è stato anche l’anno di “apertura” e di trasferta da Macerata verso la fotografica jazz SERIA, per andare incontro verso quella pura isola “americana”e di verbo jazz a DNA “negro” che già conoscevo, fotograficamente parlando da qualche anno con la compatta: Ancona Jazz e i suoi animatori di sempre, Giancarlo Di Napoli​, Massimo Tarabelli e Andrea Piermattei. Devo confessare che prima di conoscerli di persona avevo scambiato il nome di Massimo Tarabelli con quello di Andrea Pieramttei; una delle mie figuracce storiche. Il nome di Giancarlo invece me lo ricordavo molto bene, perché a quei tempi era lui che presentava i concerti ed è stato proprio lui a non inibirmi mai l’accesso alle foto…soprattutto nell’ampio backstage del Teatro La Nuova Fenice di Osimo. Ancona jazz è una garanzia, una professionalità per l’ambito produttivo che è veramente difficile da paragonare, una storia di concerti lunga oltre 40 anni. In ogni caso, di quel periodo (anni 2006-2007) ricordo vari concerti: il Trio da Paz, Eddie Palmieri Afro Carribbean Jazz All Star, Kenny Barron trio, il quartetto di Kurt Rosenwinkel, Ed Simon. Questi ultimi sono stati i concerti “formativi” per l’archivio fotografico e soprattutto come palestra per la personale istruzione al mezzo fotografico da autodidatta. Ritengo che siano stati proprio questi ultimi concerti che hanno delineato il futuro, sia in termini documentativi che artistici. Inoltre mi ero accorto che con gli “americans” riuscivo a fare foto migliori, le foto che “volevo”, che “pretendevo”.

Da lì a qualche mese più tardi l’apertura della galleria fotografica personale su jazzitalia e All About Jazz.

Solo negli anni a seguire le prime pubblicazioni sui magazine di settore: Jazzit e Musica Jazz. Alcune foto riuscirono ad essere inserite nei siti ufficiali dei maggiori jazzmen italiani: Stefano Bollani, Paolo Fresu (la famosa foto nel camerino) su tutti.

Ma la più grande soddisfazione per l’uso concreto delle foto, che stavo scattando di concerto in concerto, è stato quando Paolo Piangiarelli (ancora una volta lui) mi chiese delle foto per i suoi dischi. D’altra parte un discreto archivio si stava delineando nel mio hardware. Riuscii quindi a vedere le mie foto utilizzate per il primo disco di Alessandro Lanzoni, Joe Lee Wilson, Francesco Marziani​, Mike Melillo, e soprattutto per il più grande poeta del piano jazz italiano: Renato Sellani.

Varie cover per i suoi tantissimi dischi prodotti da Paolo (l’ultimo disco postumo dovrebbe uscire proprio in questo mese di settembre). Nel corso del tempo, quindi, tanti concerti fotografati: ho una lista sempre aggiornata dei concerti che seguo, di anno in anno.

Altra realtà esistente nelle Marche, e che ho conosciuto per vari motivi solo da circa cinque anni, è quella portata da vari anni da Giambattista Tofoni​, infaticabile globettotter sia come membro fondatore dello Europe Jazz Network, sia come direttore artistico di TAM, che ha portato nelle Marche jazzisti di formazione contemporanea, ma anche artisti di solida fama storica.

Ulteriore collaborazione con stima reciproca, nata solo 3 anni fa per caso, è quella riferita ad Isabella Celentano​ e Luca Pecchia (quest’ultimo chitarrista della Colours Jazz Orchestra) responsabili della rassegna jazz “Dietro le Quinte” presso il piccolo ma bellissimo Teatrino Campana di Osimo.

Ultimo, ma non per questo meno importante, è stata la conoscenza e la collaborazione da qualche anno a questa parte con Andrea Venturi​, appassionato di jazz che da ben 17 anni organizza i concerti nel suo meraviglioso paese di Corinaldo. Insieme a lui è arrivata anche la conoscenza con Cinzia Sabbatini​, infaticabile promoter di tutti, ma proprio TUTTI, i festival delle Marche, con particolare predilezione ovviamente per Corinaldo Jazz.

Con il tempo è stata inevitabile e preziosa la conoscenza degli altri fotografi jazz sparsi per l’italia; diversi ancora da incontrare, ma con cui ci si è comunque confrontati e sentiti spesso. Qualcun altro invece si è perso di vista. Ricordo la conoscenza con Daniela Floris​ e Daniela Crevena​, incontrate inaspettatamente ad un concerto di Paolo Fresu e Bebo Ferra a Tolentino. Non nascondo che mi piacerebbe moltissimo incontrarle di nuovo e condividere con loro qualche cena, mentre ci si scambia pareri dei vari concerti ascoltati durante gli anni e sulle realtà jazzistiche da loro vissute. Francesco Truono​ che ancora non ho incontrato ma che stimo per la sua idea “astratta” di fotografia jazz, di cui conservo ancora qualche mail del 2007 perché gli chiedesi il suo aiuto per un manifesto che dovevo realizzare (allora era l’unico che fotografasse in modo totalmente nuovo, contemporaneo, ed imitatissimo da molti). Davide Susa​, che mi chiede sempre quando vado a fotografare dalle sue parti. Roberto Cifarelli​ che mi piacerebbe conoscere più che altro per domandargli quanti miliardi di foto ha nel suo archivio e condividere qualche buon piatto. Andrea Boccalini G​, conosciuto nel 2012 nell’ambito del Premio Massimo Urbani; fotografo ormai a rilevanza internazionale per il suo ragguardevole curriculum. Spassosissimo per il suo tanto amato accento umbro. Nello stesso contesto del Premio Massimo Urbani di tre anni fa ho conosciuto Andrea Rotili​, a me vicinissimo per residenza. Andrea, in un primo momento pensavo fosse uno dei tanti fotografi occasionali che si incontrano ai vari concerti, ma mi sono sbagliato, perché nell’arco di tempo di appena tre anni ha saputo dimostrare di seguire con vivo interesse i grandi contenitori di musica jazz: da Umbria Jazz, al Festival a Carthage, a San Marino Jazz Festival (per quelli che ricordo). Quando ci si incontra, varie volte nel corso dell’anno, si discute sempre delle varie problematiche e di ciò che circonda la fotografia jazz in generale.

Infine questa estate del 2015 ho conosciuto Luciano Americano​, operante più che altro nella parte nord delle Marche; un fotografo che conoscevo solo di nome per via del suo cognome molto “occidentale”. Tutti i fotografi citati li seguo con costanza, anche se ho ovviamente i miei gusti personali, in termini di obiettivo, traguardo, fotografico. Qualora avessi la possibilità di fare un libro di scatti jazz, mi piacerebbe farlo con i miei miti, Umberto Germinale​ e Antonio Manno; nelle foto di Umberto ho sempre visto una storia, un’atmosfera, una narrazione figurativa, dei tempi d’oro del jazz. Potrei stare a guardare una singola foto di Umberto anche per mezz’ora, a cercare di raffigurarmi il momento dello scatto, l’esperienza vissuta, tanto è grande la ricchezza di dettagli raccolta nelle sue foto. Basta pensare ad esempio a Sonny Rollins e mi viene in mente la sua foto, unica nel panorama internazionale, scattata sotto al lampadario (mi sembra che sia stato il Festival di Montecarlo). D’altra parte Umberto scatta in luoghi epocali, in cui il concetto di Festival jazz è stato direttamente importato storicamente dagli Americani nella loro terra. Montecarlo, Nizza, Juan le Pins, solo per citare i più autorevoli contenitori in cui è presente la fotografia di Umberto. Festival da andarci fuori di testa.

Umberto è un asso nel cogliere il “momento”, situazioni uniche, quello che tutti noi cerchiamo durante un concerto. E non a caso Umberto pubblicò un libro insieme all’amico Carlo Pieroni, storico fotografo maceratese che ha vissuto sulla sua pelle, tutti i momenti più belli della Storia del Jazz in Italia e non solo. Infatti mi racconta sempre di quando partiva con Paolo Piangiarelli per andare a Parigi a fotografare Chet Baker. Ancora oggi, quando sono poco stimolato a fotografare, mi rifugio nei racconti di Carlo, post concerto, a cena. Momenti unici, non più ripetibili oggi, per vari motivi organizzativi e di “scopo” fotografico. Carlo ha un archivio analogico immenso nella sua casa. Prima o poi si dovrà organizzare qualcosa di sistematico e strutturato per pubblicizzare le sue foto, la sua arte. Ancora oggi è presente ai più importanti concerti con la sua Nikon FM2, zoom 70-200 f2.8 e rullo Kodak Tmax 1600 iso, a volte tirato a 3200, che si stampa da solo.

Insomma, tante persone conosciute nel corso degli anni e tanti iniziative a cui sono stato coinvolto come fotografo, mostre personali o collettive, utilizzazione di foto per manifesti-libretti di sala, dischi, dvd. Oppure foto utilizzate anche solo per l’archivio delle direzioni artistiche dei festival.

Alcune volte l’uso delle mie foto è solo un momento “visivo” di accompagno ad un qualcosa di più ampio, come può essere una intervista o una recensione, ad opera della preziosa collaborazione con Viviana Falcioni​, storica collaboratrice di Ancona jazz per svariati anni.

In buona sostanza, non passa anno che non ci siano nuove persone da conoscere, nuovi appassionati o nuovi stimoli fotografici su cui puntare.

D’altra parte le Marche sono una fucina e un ottimo terreno di “coltivazione” e di offerta della musica jazz da oltre 40 anni. Nonostante le difficoltà degli ultimi anni, portate avanti grazie ad una sana passione da chi ama questa musica.

Ho una particolare predilezione per Macerata Jazz, per il Teatro Lauro Rossi, luogo che come ho scritto all’inizio, ha visto nascere la mia fotografia. E’ stato il luogo che mi ha accolto con tutta la sua spontaneità. Oggi non cerco più di potermi accreditare nei concerti, non mi serve e forse non mi è mai servito, per vari motivi, ma mi sento responsabile di ciò che (devo) fotografare. A memoria e a rispetto dei vecchi tempi, in cui ero un semplice appassionato ascoltatore, senza background, senza esperienza e senza conoscere quasi nessuno. Dotato solo di reflex e voglia di fare qualcosa di importante, per me. Non ho mai esibito il fatto di essere accreditato nei vari festival, se c’è da farlo mi metto in fila e cerco di dare il mio contributo, senza fare il “bel veterano” rispetto ad un fotografo che sta magari iniziando a coltivare la sua passione fotografica in campo musicale.

Nel corso degli anni della fotografia jazz mi è capitato però anche di dover essere piuttosto determinato, in alcune situazioni, con alcuni musicisti-management o alcuni fotografi troppo “irruenti” per il loro volersi rendere a tutti costi protagonisti assoluti; sostanzialmente per riportare rispetto a ciò che nessuno mi ha servito già pronto su un piatto d’argento. In questo ultimo senso mi sono dovuto mettere il classico paio di guanti bianchi per dare il benservito definitivo ad un paio di donne che hanno utilizzato le mie foto solo per interessi personali, senza aver avuto rispetto della mia persona. Ma così è la vita, in tutti i campi.

Tanti gli aneddoti che potrei raccontare e che mi sono capitati con la fotografia jazz, pochissimi quelli scoraggianti, i più numerosi sono quelli che ricordo con molto divertimento.

Tutto quello che è arrivato, tutto quello che ho guadagnato in termini soprattutto umani (e si sappia che la fotografia jazz è nulla senza il rapporto con chi ci circuita), da Paolo Piangiarelli in poi, è stato reso possibile solo GRAZIE ad una profonda e grande passione, energica, determinata, senza una chiara ambizione personale. D’altra parte con la fotografia jazz non si è arricchito mai nessuno, ammetterlo è un atto di Fede. Come mi ha insegnato più volte l’amico Carlo Pieroni.

Nel corso degli anni sono stati molti i musicisti conosciuti, con cui ci si incontra magari anche più volte nel corso dell’anno; i veri protagonisti del mio sguardo fotografico. Oggi sono arrivato alla conclusione che posso anche andare ad un concerto senza fotografare, perché magari non c’è più quell’urgenza o bisogno di fotografare, ma di ritornare ad ascoltare tranquillamente un concerto.

Mi scuso con chi non ho citato, ma sono tanti gli appassionati con cui mi sono confrontato e mi confronto a livello fotografico o solo amicale; anche tante persone che non sono su fb, ma che immancabilmente si incontra sempre ai vari concerti.

Spero di poter continuare ancora per l’avvenire senza perdere l’entusiasmo di quel primo concerto fotografato, come quella tromba netta e brillante che si “rivelò” a colori nel display della reflex. Ma il b/n, il mio b/n nel jazz, a volte è più che necessario perché evidenzia tutta l’atmosfera che è stata vissuta. La fotografia jazz è tale e quale ad una nota che si dissolve nell’aria, ma nell’animo può produrre grandi emozioni per molto tempo. Almeno così è, per me.

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On the road

Quei ragazzi di strada

Sal Paradise. Vi dice niente questo nome? Sal Paradise è il protagonista di Sulla strada (On the road), alter ego dell’autore, Jack Kerouac, scrittore cult della cosiddetta beat generation; strada facendo, Kerouac ne ha combinate un bel po’, tra alcol, droga e depressioni, ma, bontà sua, ha scritto anche storie impossibili e meravigliose. Alle interviste televisive, negli ultimi anni, ci andava zuppo di robaccia, e dopo un po’, masticando parole e borbottii, si addormentava sulla poltroncina, e poi si alzava barcollando da far pena. In culo al mondo, vero Jack?

Tornare, dopo un quarto di secolo (parlo per me), su quelle pagine, ha qualcosa di strano, anche se bello. Jazz Kerouac, verrebbe da chiamarlo – e scusate la banale storpiatura. Perché di jazz ne ascoltavano parecchio i personaggi di quel viaggio sgangherato, in macchina e in autostop, attraverso gli Stati Uniti. Kerouac nel libro racconta anche di un amico, Remi Boncoeur (la cui ragazza avrebbe poi sposato Jack, anche se presto sarebbe divenuta una ex moglie), e lo descrive così: «Remi era un bel ragazzo francese, alto, scuro (sembrava un contrabbandiere marsigliese in erba); dato che era francese parlava l’americano del jazz.» E com’era quella lingua? Kerouac ha scritto On the road nel 1951 (pubblicato nel ’57).

Ma è moderno come un bel grattacielo. La scena per descrivere quel genere di jazz ce la regala attraverso Dean Moriarty, l’altro protagonista del romanzo (ispirato totalmente all’amico Neal Cassady). «Dean si stava dando alla pazza gioia; mise su un disco di jazz, afferrò Marylou, la strinse a sé e cominciò a tirarsela contro al ritmo della musica. Lei lo assecondava e poi si allontanava di colpo. Era una vera danza d’amore.» Musica che ti scuote la testa, e quindi il cuore e il corpo. Ci sono pagine, nell’On the road, che sono fotografie di jazzisti, di certi jazzisti, che Kerouac e i suoi amici ascoltavano al Birdland, un jazz club di Manhattan, che all’epoca era sulla Cinquantaduesima strada, chiamata anche “swing street”, e possiamo immaginarne il perché. Bird sarebbe il soprannome di Charlie Parker. Gli dei ogni tanto scendono sulla Terra. Il pianista George Shearing scrisse “Lullaby of Birdland” in suo onore. Sentite (il verbo è appropriato) come Kerouac descrive una sua serata al Birdland: «Shearing cominciò a dondolarsi; un sorriso gli si aprì sulla faccia estatica, e partì con i suoi accordi; uscivano dal pianoforte a fiotti, a cascate dirompenti, si sarebbe detto che il suonatore non avesse il tempo di controllarli. Fluivano a ondate come il mare. Il pubblico gli gridava: Vai!».

Dal momento che il romanzo è un on the road, si percorre la Florida, e in auto si ascolta la radio. «La radio cominciò a trasmettere un programma memorabile, incredibile: era il Chicken Jazz’n Gumbo da New Orleans, solo dischi di jazz indiavolato, dischi di colore, con il disc jockey che diceva: Non preoccupatevi di niente!» Il jazz seduti in un locale, il jazz andando in macchina. Ovunque. «Ragazzi, vi immaginate che roba se trovassimo un locale di jazz in queste paludi, con dei negroni grandi e grossi che suonano la chitarra e sussurrano i loro blues e bevono whisky velenoso e ci fanno segno di entrare?» «Sì!» Jazz ovunque, il jazz suonato nelle baracche dei “negri” di Richmond, oltre la baia, o il bellissimo jazz di Frisco, e le «facce stanche nell’alba dell’America del jazz» erano «fiori sacri che fluttuavano nell’aria».

O un giovanissimo e «flippato» Charlie Parker, che suonava il suo sax alto con la sordina fra i mucchi di legname «esercitandosi nei giorni di pioggia» o il folle Thelonius Monk o l’ancora più folle Gillespie o «quel malinconico angelico incosciente» di Lester Young, che per Kerouac racchiudeva in sé tutta la storia del jazz ed era il più grande. Questi erano «i figli della notte del bop americano» entrati ormai nella Storia, e anche nelle nostre giornate. Merito delle pagine di un magnifico inarrestabile “On the road”. Da leggere e da tornare a leggere, anche fra cent’anni, in qualche parte di mondo.

Just Blue

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Poi si tende
a voler afferrare
qualcosa di sè.

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