On the road

Quei ragazzi di strada

Sal Paradise. Vi dice niente questo nome? Sal Paradise è il protagonista di Sulla strada (On the road), alter ego dell’autore, Jack Kerouac, scrittore cult della cosiddetta beat generation; strada facendo, Kerouac ne ha combinate un bel po’, tra alcol, droga e depressioni, ma, bontà sua, ha scritto anche storie impossibili e meravigliose. Alle interviste televisive, negli ultimi anni, ci andava zuppo di robaccia, e dopo un po’, masticando parole e borbottii, si addormentava sulla poltroncina, e poi si alzava barcollando da far pena. In culo al mondo, vero Jack?

Tornare, dopo un quarto di secolo (parlo per me), su quelle pagine, ha qualcosa di strano, anche se bello. Jazz Kerouac, verrebbe da chiamarlo – e scusate la banale storpiatura. Perché di jazz ne ascoltavano parecchio i personaggi di quel viaggio sgangherato, in macchina e in autostop, attraverso gli Stati Uniti. Kerouac nel libro racconta anche di un amico, Remi Boncoeur (la cui ragazza avrebbe poi sposato Jack, anche se presto sarebbe divenuta una ex moglie), e lo descrive così: «Remi era un bel ragazzo francese, alto, scuro (sembrava un contrabbandiere marsigliese in erba); dato che era francese parlava l’americano del jazz.» E com’era quella lingua? Kerouac ha scritto On the road nel 1951 (pubblicato nel ’57).

Ma è moderno come un bel grattacielo. La scena per descrivere quel genere di jazz ce la regala attraverso Dean Moriarty, l’altro protagonista del romanzo (ispirato totalmente all’amico Neal Cassady). «Dean si stava dando alla pazza gioia; mise su un disco di jazz, afferrò Marylou, la strinse a sé e cominciò a tirarsela contro al ritmo della musica. Lei lo assecondava e poi si allontanava di colpo. Era una vera danza d’amore.» Musica che ti scuote la testa, e quindi il cuore e il corpo. Ci sono pagine, nell’On the road, che sono fotografie di jazzisti, di certi jazzisti, che Kerouac e i suoi amici ascoltavano al Birdland, un jazz club di Manhattan, che all’epoca era sulla Cinquantaduesima strada, chiamata anche “swing street”, e possiamo immaginarne il perché. Bird sarebbe il soprannome di Charlie Parker. Gli dei ogni tanto scendono sulla Terra. Il pianista George Shearing scrisse “Lullaby of Birdland” in suo onore. Sentite (il verbo è appropriato) come Kerouac descrive una sua serata al Birdland: «Shearing cominciò a dondolarsi; un sorriso gli si aprì sulla faccia estatica, e partì con i suoi accordi; uscivano dal pianoforte a fiotti, a cascate dirompenti, si sarebbe detto che il suonatore non avesse il tempo di controllarli. Fluivano a ondate come il mare. Il pubblico gli gridava: Vai!».

Dal momento che il romanzo è un on the road, si percorre la Florida, e in auto si ascolta la radio. «La radio cominciò a trasmettere un programma memorabile, incredibile: era il Chicken Jazz’n Gumbo da New Orleans, solo dischi di jazz indiavolato, dischi di colore, con il disc jockey che diceva: Non preoccupatevi di niente!» Il jazz seduti in un locale, il jazz andando in macchina. Ovunque. «Ragazzi, vi immaginate che roba se trovassimo un locale di jazz in queste paludi, con dei negroni grandi e grossi che suonano la chitarra e sussurrano i loro blues e bevono whisky velenoso e ci fanno segno di entrare?» «Sì!» Jazz ovunque, il jazz suonato nelle baracche dei “negri” di Richmond, oltre la baia, o il bellissimo jazz di Frisco, e le «facce stanche nell’alba dell’America del jazz» erano «fiori sacri che fluttuavano nell’aria».

O un giovanissimo e «flippato» Charlie Parker, che suonava il suo sax alto con la sordina fra i mucchi di legname «esercitandosi nei giorni di pioggia» o il folle Thelonius Monk o l’ancora più folle Gillespie o «quel malinconico angelico incosciente» di Lester Young, che per Kerouac racchiudeva in sé tutta la storia del jazz ed era il più grande. Questi erano «i figli della notte del bop americano» entrati ormai nella Storia, e anche nelle nostre giornate. Merito delle pagine di un magnifico inarrestabile “On the road”. Da leggere e da tornare a leggere, anche fra cent’anni, in qualche parte di mondo.

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